T’abbraccia il capo la bellezza

17 Nov

  Indossavo una camicia a righe di diverso spessore: bordeaux, verde acqua e tortora. Delimitavano rettangoli che somigliavano a campi di fiori visti da un uccello in volo. Ero a Venezia. Stavo appoggiato al muretto di un ponte, rivolto verso il canale, e la luce del sole, riflessa dalle lievi increspature dell’acqua, mi carezzava il volto con polpastrelli di gemme. Era bello persino il cipresso che torreggiava dentro il giardino settecentesco della villa di fronte a me. D’un tratto mi voltai e una donna mi scattò una fotografia. La riconobbi pur senza averla mai vista prima. Solo, sapevo di amarla, ed era come se sempre l’avessi aspettata. Sorrisi. Per tanto tempo avevo desiderato quella pace che ora sbocciava in me. Scorgevo la pioggia abbeverare i deserti che si estendevano fra le mie costole.

  La mia immagine prese forma sulla carta fotografica che la donna teneva in mano. Me la porse, e potei leggere, in basso a sinistra, simile a una didascalia:

T’abbraccia il capo la bellezza, come

L’aureola ai santi nei templi a Venezia.

  La donna scomparve e la fotografia mi si disgregò fra le dita. Presi a camminare lungo calli segrete. Lo smeraldo e lo zaffiro si rincorrevano a vicenda e si arrampicavano come gatti sui muri dei palazzi; io oscillavo fra l’estasi e lo sbigottimento e ringraziavo dio perché sapevo che quello era il paradiso e che solo pochi avevano ricevuto il dono di contemplarlo. Accanto a me, scorsi mia madre. Era giovane e bella, colma di gioia e lucente. Mi accompagnava guardandomi appena, e io sentivo che mi approvava e proteggeva. Facemmo un largo giro; le parlavo, lei taceva. Ringiovaniva ogni minuto.

  Raggiungemmo un santuario sotterraneo, nascosto. Le navate erano ampie, le volte a crociera si stagliavano alte su di noi. Pietra bianca, luminosa d’una luce interna, come se racchiudesse un sistema solare. Al centro, un lago di lapislazzuli sotto la cui superficie saettavano pesci gialli e rosa e arancioni, e una gondola in lontananza, sull’altra sponda, ci attendeva. Lo sguardo di mia madre era limpido e sereno. Ciò nonostante, qualche cosa mi soffocava senza che riuscissi a coglierne la natura intima, qualche cosa che era ma non doveva essere, che andava contro l’ordine prestabilito.

       – Questa è l’unica città in cui io riesca a sentirmi libero per davvero.

  La confessione mi fuggì fuori con mia stessa sorpresa. Non ero solito rivelare aspetti di me ai miei genitori. Forse, addirittura, non l’avevo mai fatto. Seguitai a parlare. Venezia era l’emancipazione, la magnificenza, la compiutezza. Ogni volta che la visitavo, era come se ci fossi già stato in vite precedenti. Avrei potuto creare all’infinito, vivere sempre sotto ispirazione, colmarmi di splendore e inebriarmi. Respiravo il profumo dell’immortalità e della gloria, della quiete e della pace. La mia poesia, la mia scrittura, persino le incerte prove di pittura, in cui indugiavo di tanto in tanto, mi apparivano, se fossi riuscito a legarle a Venezia, destinate a restare nella Storia fino alla fine del Tempo.

  Mia madre ascoltava in silenzio. Io non riuscivo a smettere di guardarla e baciarla e accarezzarla e stringerla. Un terrore immenso si era incuneato tra i dedali della mia carne e del mio sangue: che la strappassero per sempre da me. E mentre le parole mutavano in suono nella mia bocca, suggerite da quell’anomala e sconvolgente necessità di spiegare, a lei che mi aveva partorito, chi io intimamente fossi (quanta colossale ingenuità si dimena nei figli, quanta fisiologica superbia, quanto implicito giudizio ci permettiamo nei confronti di coloro senza i quali mai saremmo apparsi al mondo), mentre le rivelavo, simile a un fiume furioso che scorra verso l’esplosione in mare, i più reconditi accessi della mia sensibilità, una consapevolezza cupa e angosciante si fece strada fra i vortici della mia intuizione viscerale, e d’improvviso le dissi:

       – Mamma, tu non puoi essere qui.

       – Amore – rispose, e la sua voce era una cascata di fiori –, sono passata a salutarti.

  L’abbracciai ancora più forte, scoppiai in lacrime. Tutto di me veniva svuotato, la mia anima era versata via.

       – Non essere triste – mi ripeteva carezzandomi il capo. Io non seppi più contenere la pena, che nasceva come nasce una montagna: inarrestabile, naturale.

  Udivo Venezia farsi roboante, pareva che un terremoto la scuotesse. Mia madre mi cingeva mentre le mie lacrime le bagnavano la spalla e il collo. La inondavo di baci disperati, cercando di ostacolare l’addio che percepivo imminente, e però ero votato alla sconfitta. Il lago divenne rumoroso, il santuario tremò, il soffitto cadde in pezzi.

       – Mamma… – sussurrai un’ultima volta.

  Lei scomparve in una spirale di prismi abbaglianti, e i suoi occhi furono l’ultima cosa che vidi.

ve

 

***

 

T’abbraccia il capo la bellezza, come

L’aureola ai santi nei templi a Venezia.

E non indugia e non s’avvezza, posa

Un singulto le ali di Murano

Sulla tua voce più nuova di una

Lingua creola.

 

 

***

Una Risposta to “T’abbraccia il capo la bellezza”

  1. VALTER 17 novembre 2017 a 15:29 #

    Molto bella e commovente.. 😯

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