Che cosa fossi?

7 Ott

  Che cosa fossi me sarente altrove dalli sensi? Che cosa fossi s’altro fossi e diverso sostanziando un altro uomo me parando, uomo vero innalzando?

  Che cosa fossi s’jo avessi lo coraggio del turpume? Che cosa per davvero, che cosa ora indago, cosa fossi me sarente alieno dal timore di compiere ‘l talento? Che cosa fossi se a stellare lo mio ente fosse altro stellamento?

  Che cosa foste me capendo vo’altri senz’assordo? Ché se aveste la potenza d’accogliere potenza, e io fossi sovversivo nel midollo della scienza, s’jo avessi ‘l carismare d’esser etere nell’are, voi forse mutereste ogn’acino d’essenza.

  Che cosa vi pare io debba esitare se invero avanguardo, ché ho l’occhia assai vaste e più estese de’ mari che l’eden riverba? Ma ‘l verseggiare è vacuo nel cardo minando le ossa mie scevre di carne non marcia. E civita sacra del toro, Gerusalemme novella e verginale gemenza, capo del mondo futuro, toresca fortezza inespressa, i tuo’ cardi calpesto poetando d’Orrore acquattato. Limesca favella, priva di luce, eppure vicina a fonti e a coppe di vita divina, com’utero letto a la Giuseppe semenza, ventre mariano, di giovane sposa in germe di madre, che chiuse nel bujo ‘l pianto del sorgivo messia: ‘l verseggiare è vacuo come l’occhio d’un morto che la terra l’assorba.

  Che la terra v’assorba, cherubini incerati, e la terra davvero digerisca la terra. E voi non capite sareste più veri se solo capiste che dio è capovolto? Voi non capite sareste più veri se solo capiste che dio è capovolto? Voi non capite che dio è capovolto?

  Che cosa se lo scimmiesco corteo smetteste d’un tratto fulmineo? Se voi non mutate, io mi sento elevato su vette d’argilla, e inganno e inflaziono lo genio malingue; ‘l vostro dialetto sciancato è del Samuele conato, come ‘l cane vermoso che langue dal retto artropodi molli.

  Che cosa fossi la pena bramando e al contempo fuggendo, ché ambiguo è ‘l’che ‘l mondo sottende, simile al Nulla preggente gli dèi, e ambigua adunque è scelta d’eroe, profeta mendace epperò benedetto?

  Son io benedetto?

  Che cosa dall’Ora sputò lo demiurgo ‘n quel tempo d’astri d’Aquario io nacqui? Diss’Egli: “è bene lui nacqua”?, diss’Egli: “nutra la Luna”? Ma a me era inviso lo nascimento, quel tempo nej’astri d’Aquario, e urlava mia madre, lo squarcio vitale straziato da giorni, e io che quasi cadavere nacqui.

  Com’ogni altra creatura del mondo.

  Dove infatti sentite vagire? Dove l’eco dell’Urlo scorre fiumesca ‘n qualche vivo qu’attorno? Io non scorgo che immobile linfa, e stagna e venerea nell’arterie quaggiù: e quel che voi chiamate vita, per me ha nome algore.

  L’abisso vortigina ovunque, mentr’io prodeo larvato fra piazze follesche, e tengo le occhia rivolte nel basso, e temo e verseggio me muto tacente, più muto che il santo decolle – è quello! è quello! –, più tacescente di Salomè, la bocca serrata da mano battista, ché sennò s’ode l’orgasmo di lei.

  Mais je ne suis pas Jean Blaise, oui, je ne suis pas moi-même! Je voudrais réserver une chambre dans les temples de l’éternité. L’eternità della santissima santità dei santi padri ch’era un fenomeno sì cangiante – oh, sì! –, la santità dei santi padri è un fenomeno cangiante, e un’avanguardia non può che irridere il marxismo ed esser certo reazionaria. E se qualcuno vuol schierarsi contro il Futurismo, io son qua a dirgli che Majakovskij inneggiava al Soviet.

  Che cosa fossi se altrove da me foss’altro per fine?

  Che cosa fossi se avessi respinto l’attacco e non sottoterra avessi sepolto lo specchio?

  Che cosa fossi se ‘l ventre del mostro ov’io mi nascondo mai avessi scorto oltre ‘l muro laggiù?

 

Torino, 24 giugno 2008

 

 

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La Casta Scelta

28 Ago

Sul mio rito è piovuto l’aceto italico

come sul platonismo imbastardito dell’anno trecento

ha pisciato la militia christi.

 

Sfoglio l’epistola dell’anno terzo.

Poi quella dell’anno sesto.

Poi quella dell’anno ottavo.

Poi quella del dodicesimo.

(Poi quella dell’anno nuovo).

 

Sottovoce le ho dettate

per sfuggire gli intrighi di palazzo,

però talvolta m’han premiato lo stesso

– malgrado io conosca poco il greco.

 

Scrivevo inni su commissione

e regole monastiche,

sulla scia di Beda il Venerabile

che Dante errando mise in Paradiso.

La Casta Scelta, ascoltandomi, intendeva:

“Nei sbiaditi mosaici della monocromia

Lodate dio.

Nella nera caligine del patimento

Lodate dio.

Nelle infinite propaggini della tribolazione

Lodate dio.

Nelle distorte prospettive del pervertimento

Lodate dio.

Nell’assurda mancanza di significazione

Lodate dio.”

 

Ma quattro adepti soltanto imparavano

che la mia lingua era un nuovo paradigma.

 

 

 

 

Relativamente alla consecutio temporum,

occorre sottolineare come il gesto rilevante

sia evidentemente retroattivo, anche.

Relativamente ai nessi logici,

per coglierli è necessario smascherare

la violenza del finale

e la violenza dell’infanzia.

 

Di sconvolgente nella mia asimettrica attività

c’è il ruolo assunto dal Tempo,

che poi non è certo una novità,

ma qui il tentativo si fa duplice:

la diacronia fra questa vita,

la diacronia fra le vite tutte.

Inoltre, per la prima volta – nella storia dei dannati –

si invoca un nuovo giudice:

il Nulla (per quanto paradossale possa apparire,

ammesso un cristallino intendimento,

un simile affidamento nichilista

nell’istante in cui si testimonia).

 

Come i chiodi che trafissero Giuseppe d’Arimatea

stridono i miei versi senza umana impostazione

e servono a placare dell’inconscio le pretese,

cosicché non Logos debba espiare

ma il suo ricco gemello ad hoc generato

– sull’inganno ancor oggi m’attanagliano dubbi.

 

La mia lingua sia concava e convessa s’attorciglia,

vuoti memorabili forgiando sull’esempio

del vaso scelto da Perpetua

per spiegare la necessità del suo martirio.

 

Sul valore propriamente formale

lascio ad altri la valutazione

Ché a me non pare opportuno,

previsto lo sparpagliamento di domani,

contenermi già oggi in un sacco nero.

 

Queste mie lettere sono segni convenzionali

che rimandano a verità altre,

cosa che tra i primi mediterranei ebbe voglia

d’indagare Sant’Agostino, Vescovo d’Ippona,

padre della Chiesa quando ancora la Chiesa

non era un puttanaio né una carnezzeria.

Ma le verità altre cui rimandano le lettere mie

da qui stanno proprio lontano assai,

poiché a nessuna lingua apparterranno mai.

 

La Casta Scelta, a perderci l’anima

purché sia efficace, mi opprime sin d’ora.

Mi opprime sin d’ora.

Mi opprime e s’indora.

 

2006

 

 

oloc1

 

Porta Palazzo

25 Apr

  Porta Palazzo era il mercato più grande d’Europa. Commercianti e clienti da ogni parte del pianeta erano rapiti da traffici lisergici. Turisti incauti scattavano fotografie senza accorgersi dei borseggiatori che li ripulivano sorridendo. Tra i banchi più gettonati, quello gigantesco dei Sacerdoti: riproduzioni numerate di documenti papali, reliquie di santi minori, indulgenze, immunità diplomatiche: politici e imprenditori della Repubblica facevano a gara per accaparrarsi un pezzo di Vaticano e del potere che ne derivava. Il Prestigiatore con le Branchie, oggetto recente di studi accademici, vendeva costruzioni di tabacco handmade e usava i guadagni per pagarsi gli interventi di chirurgia estetica: lo scopo della sua vita era somigliare a un aracnide umanizzato. Nell’area dedicata al commercio di ricambi organici, spiccava il banco allestito dalla Vigilanza Parastatale: si potevano acquistare i testicoli dei dissidenti che il Ministero di Grazia e Giustizia aveva condannato al cambio di sesso.

  Io non ero lì per caso. In quel periodo pedinavo un uomo e nemmeno sapevo spiegarne le ragioni. Avrei detto, pur vergognandomi e riconoscendo l’insensatezza dell’atto, che lo facevo perché mi piacevano le sue spalle. Lo ammiravo al punto che volevo ucciderlo. Non per invidia – mai avevo subito il logoramento interiore che scaturisce dall’incontro con qualcuno benedetto da una sorte migliore della propria – bensì per giustizia: questo mondo non meritava che lui ne facesse parte. Quel giorno lo seguivo tra la bancarelle polverose e colorate, incapace di ribellarmi all’impulso irrazionale, e mi ritrovai nella Città Vecchia, una Babele maledetta dove tutti, mirando all’ideale dell’unità fra i popoli, anni prima si erano sforzati di parlare lo stesso idioma; il dio che in origine aveva confuso le lingue, però, aveva voluto punire quel tentativo luminoso, colpendoli con piaghe orrende. E così gli abitanti della zona, dopo aver inutilmente invocato il perdono, si erano infine decisi a esprimersi solo con i gesti: per ribellione al dio, avevano bandito i suoni. E io vagavo nel mercato silente e gli odori dei cibi salivano alle mie narici di silicone come sottotitoli potenti. Stracciate le parole, esiliati i fonemi, il significante prendeva a formarsi fra le pieghe del processo olfattivo. Il cervello, improvvisamente deprivato dell’udito, e incapace di esperire appieno il mondo con il solo ausilio della vista e del tatto, trasferiva le definizioni delle cose nel profumo che da quelle cose emanava. Era l’odore a significare pane, a significare carne, a significare vino.

  In questo stato di distorsione cercavo di tenere gli occhi sull’uomo dalle spalle larghe. Di lui sapevo che si chiamava Rosselli, che era vedovo e che faceva parte dell’Europol; sapevo che ogni giovedì pagava tre ragazzi di colore per avere rapporti sessuali. La faccenda era iniziata per gradi: prima uno, poi due, poi tre. Rosselli aveva provato un misto di frustrazione e senso di colpa. Temeva che la moglie lo giudicasse dall’aldilà. Presto, però, aveva smesso di curarsene e si era dato senza remore a quel rito settimanale. Per allontanare da sé l’idea di essere omosessuale, si dedicava a sporadici rapporti con donne.

  Io lo avevo intravisto negli uffici dell’Europol quando ero stato convocato per un interrogatorio le cui motivazioni non avevo ancora ben compreso, una conversazione nebulosa, in apparenza amichevole, con due agenti giovani che, nonostante la dichiarata libertà che mi lasciavano nelle risposte, avevano in qualche indecifrabile modo fatto pressione sul mio inconscio, in sostanza condizionando le mie parole. Il colloquio era durato poco meno di un’ora. In ascensore, ecco Rosselli, una folgorazione. Da quel momento si era radicata in me l’esigenza di sapere tutto di lui, di conoscerlo il più intimamente possibile. Più acquisivo dettagli sul suo conto, più l’ossessione si faceva tumultuosa.

  All’improvviso esplose una bomba d’acqua. Venditori e clienti cercarono immediato riparo sotto i porticati barocchi di Shitstorm square, al confine con corso Giulio Cesare.

       – Non giocare con me – udii alle mie spalle. Era il Prestigiatore con le Branchie a parlarmi. – Non giocare con lui.

  Provai a balbettare qualcosa, ma quello svaporò via prima che riuscissi a distinguere il colore dei suoi occhi. Senza sapere come, mi ritrovai una pistola puntata alla tempia.

       – Non dovevi farlo – disse Rosselli.

  Rimasi pietrificato, ammutolito. Non sentivo neanche più il rumore della pioggia. Pensai che fosse la fine, pensai ai miei genitori, agli amici.

       – Tu non eri in pericolo – continuò Rosselli. – Non hai mai preoccupato nessuno. E ora ti sei fottuto da solo.

       – Ti prego – gridai. – Non so nulla. Non dirò nulla.

       – Non lo hai mai fatto, altrimenti saresti già morto.

  Un altro uomo mi afferrò da dietro.

       – Prova a scappare e ti taglio il cazzo – ghignò.

  Mi trascinarono per trecento metri fuori dal mercato, verso via Mameli, dove un terzo agente ci aspettava in auto. Fui obbligato a salire dietro. Il contachilometri al plasma fu l’ultima cosa che vidi prima di addormentarmi.

 

scr

 

Quelle creature senza linguaggio

9 Apr

La carne alleverà il seme nel grembo buio della terra.

 

 

Ammiro questa irruenza. D’ardore e ferro

esonda il mio male e vaste le gocce

diluvio un fragore un oceano bestiale.

 

Non era l’assenza a crepare le rocce del mondo.

C’era la casa, che era mia madre:

il sangue in cui mi nascondo.

 

Non era l’assenza a crepare la scorza

a me intorno. Gli aperti respiri che ho fra le coste

sono i miei corpi e parole scomposte.

 

 

La notte che ogni giorno concluse

dormivo sfocato altrove da te.

Chissà dove cadevano gli occhi,

 

se tu già mi volasti sul capo.

Chissà dove tacevo le accuse

mentre il mio pianto il cielo riempiva.

 

Chissà come battezzano i figli

quelle creature senza linguaggio.

Chissà come riuscivo a chiamarti

 

prima che fossi capace a parlare.

Chissà quanti oggi lo sanno

che il nome di dio è solo un miraggio,

 

che il nome di dio significa madre.

 

 

giova_berlino

Le urla di Logos

1 Apr

  Il volo delle rondini, a Torino, pareva una danza nefasta d’avvoltoi. Gli edifici erano immersi in terreni paludosi, nel limo sottile che appena divideva il purgatorio di sopra dagli inferni di sotto. Linee energetiche invisibili attraversavano la città conferendole l’aspetto di un’immensa ragnatela – ma solo coloro con il dono della veggenza potevano saperlo. Ogni monumento, antico e moderno, era un inno all’orrore.

  Jean e Thomas camminavano pesantemente. Una fatica inedita attorcigliava i loro vasi linfatici. A stento riuscivano a sollevare gli occhi.

      – Voi dovete assorbire questo fango fino a sfiorare la morte. – disse Gabriele. – Lasciatevi inondare. Precipitate, poi ci prepareremo al gesto rilevante.

      – Io muoio! – tuonò Thomas.

  Superarono la chiesa Gran Madre e attraversarono il ponte sul fiume Po, arrivando in piazza Vittorio Veneto. Jean guardò i compagni e si rese conto che gli era difficile metterli a fuoco. Cercò Thomas, al suo fianco fino a pochi istanti prima, ma non lo trovò. Ebbe inizio l’inesorabile scuotimento dei suoi nervi.

      – Muori! – gli gridò Gabriele. – Siamo vicini, ma la tua resistenza ti rallenta.

  Jean avvertì un dolore acuto agli arti inferiori. I suoi passi assunsero le sembianze di una processione scimmiesca. Fu sopraffatto.

      – Guarda – disse Gabriele additando il Duomo, che ora era vicino. –, da lì è esalato il male oscuro.

      – Dov’è Thomas?

      – Qui. Non lo vedi?

      – Ci sono solo mostri.

      – Thomas è te.

      – Svegliami. – implorò Jean.

  Gabriele gli ordinò di nuovo di guardare il Duomo. Jean scorse un movimento confuso sulla Cappella della Sacra Sindone. Erano denti che masticavano i costoloni e le urne in pietra. Il frastuono gli arroventò i timpani.

      – Osserva meglio! – urlò Gabriele.

  Jean vide attraverso i muri dell’edificio: il volto del Cristo, imprigionato in un drappo funebre, subiva una nuova trasfigurazione. I muscoli scivolavano via come se qualcuno sbucciasse la struttura facciale. Le vene deflagrarono. L’esplosione disfece le suture della calotta cranica, le ossa andarono in frantumi. Le urla di Logos raggiunsero apici inesplorati dal suono. Jean rimase intrappolato nelle mandibole di un terrore eterno e sprofondò in una supplica destinata alla dimenticanza.

il dio osceno - copertina ufficiale

 

***

Estratto dal capitolo ventunesimo de “Il dio osceno”, Pequod 2013.

La Vertigine

17 Gen

  Saccheggio le mie riserve d’assoluto come dopo il delirio e m’affaccio a una grande finestra nirvanica.

  La mansarda sospesa sulla civiltà alchemica si tramuta d’improvviso in un paradiso notturno di sonnambuli.

  C’è un capire che è difficile da spiegare. C’è un impero dell’illusione che è inesauribile come la sete di chi muoia fra sorgenti e ghiacci.

  Li osservo, i sonnambuli. Collaborano allo scempio sotto il diluviare atroce e candido di promesse universalmente infrante. Sono colpevoli e ignorano l’imminenza della condanna.

  Come riescono a sorridere?

  Cerco laghi limpidi in cui specchiarmi ma trovo solo pozze deformanti: i miei simili sono un luna park orripilante.

  Il purgatorio in cui vaghiamo come funamboli ciechi straripa di aborti mancati. Gli sforzi di un governo illuminato dovrebbero essere volti a spargere nel popolo l’abitudine al contraccettivo.

  Estinguersi è il solo degno desiderio d’un’umanità efficace.

  Quando sarò divino, getterò nell’oblio la nozione che noi siamo apparsi al mondo. Ora m’accontento di vagheggiare un avvenire in cui, dopo aver dilapidato tutti gli idoli, non ne avremo più di riserva, di vagheggiare un Uomo spiritualmente atrofizzato.

  Nulla ci è davvero permesso se non lodare dio per averci donato il suicidio.

  Ascolto il rullo compressore dell’universo che s’avvicina. Gioisco. Ascolto la dannazione cosmica di fondo. Danzo.

  La mia verità è la negazione di ogni verità.

  Disumano è il suo senso.

giova_maj

The sense of Power – Letter to a Powerful Man – Proclamation

9 Gen

            I can’t completely perceive the fact that you are part of that frozen dimension where our direction in the world has already been decided. I am pushed to put those who hold prestigious offices in some kind of Academy of Havoc.

            First, here is where I stand on this matter: Power.

            What is freedom?² After thinking about it, I understand this mysterious word means, at heart, freedom to respect the code of our soul.

            What is Power? It is keeping to deny the above-mentioned freedom. What is the aim of powerful men, what is their awareness of this thing; I wish you knew about this Tragedy.

            There is a generation called the generation of evacuees, and I am part of it. We are the last human beings. Those who will come after will not belong to our species anymore. Indeed, almost all of them failed to contact their soul which has been rooted up, eradicated, trod, devasted. Empty wrappers rather than individuals, personalities as masks where no Spirit can exist. Precisely, many people of my generation can be described in this way as well, and so do others of the previous generation. And so on. We keep talking about the recession of economy. In truth, we should talk about the recession of man.

            Just a few can recognize that this country is under a regime. A regime which is not just a political matter. You know its awful aim: to reduce us to slavery. And not only is it an Italian project but also one of the entire West. Italy, however, as it is widely known, has gone further than other so-called civilized countries.

            What is going to happen in the next months? How can we accept the fact that millions of people are deprived of their freedom? It is an act against god’s will, and it is the sense of Power, of that Power which powerful men are defending at all costs and in the name of which they keep slaughtering us. A new order has been decided: we have nothing to do but to enjoy the fruits when they are ripe, in summer.

            I would rather not spend many words on Television because each definition of that Monster would be partial. It is like Nazism but with no esoteric references; it is worse than Nazism. Nazism deported bodies to concentration camps, Television deports souls and encephalos.

            The sense of Power: it is that need to preserve species which make life brutal; that need to accumulate riches and benefits to ensure, despite everything, the existence of our own progeny in saecula saeculorum, with no rest. This is one of the most accredited answers.

            But we know this is not true, there is more. Ensuring a  better life to our children is a merely literal and superficial meaning of a multi-level masterpiece as Power is. The sense of Power doesn’t belong to man, neither does it come from him or subsist in human nature: it is beyond him.

            The ambition of powerful men is to invalidate the Law, reverse it, and make man inhuman. The sense of Power is not proper to god’s eyes – of that god I would address with a capital initial if I hadn’t felt so dead inside.

            Everything is falling over.

            Art, by definition, is anarchic, hence it is always politics even when it doesn’t refer to it. Art is subversive, it always contains, beyond doubt, a criticism to the author’s society – and as a last resort – its aim is to create a radical upset.

            Thus, censorship is fundamental for the existence of  the regime. In our country we suffer from a total censorship. The lack of deep art is the most subtle and effective censorship that this regime could create. Where have intellectuals, poets, artists gone? Where is someone willing to sing out against world’s destruction? Artists and poets are like bees: if they vanish, men would have just a few years left to live. They are vital ecosystem webs; they are responsible for the pollination.

            A large number of geniuses are dead and no one even noticed. Eradicating the soul, removing it; purging cultural rituals, bleeding shamans; sooner or later, there will be a  ripping followed by a reaction. And nobody is able to know what will happen next.

            The generation of evacuees. We meet the Sphinx who is ready to speak and we behead it with a spoon. Is there someone among those powerful men who wants to tell the truth?

            “If you know something, shut up”.³ But now this order has fallen. Now it is the time to be expressive.

***

Translator’s notes

 

¹ In the title, the use of the word Proclamation refers to the proclamation read out by Yukio Mishima before committing his ritual suicide on November 25, 1970 – p.119 in the Italian edition Lezioni spirituali per giovani samurai, Feltrinelli, 2006.

² “What is freedom? After thinking about it, I understand this mysterious word means, at heart, freedom to respect the code of our soul”. Quotation from Pier Paolo Pasolini, Unpopular cinemaHeretical Empiricism; the original sentence was different and referred to the “freedom to choose death” – p. 269 in the Italian edition Gli Elefanti, Garzanti, 2005.

³ “If you know something, shut up”. It is a quotation from Thomas Mann, Doctor Faustus (Italian translation by Ervino Pocar, Mondadori Oscar Classici Moderni, “se sai alcuna cosa, taci” – chapter 25).

 

 

 

the artist who

The Gospels were written in lingue convesse

1 Gen

 Il convertitore di navigazione degli alunni permettendo, Jean Blaise a un’epoca delle asso-nautiche nazionali cosmoportoricane organizzerà la flotta maggiormente espansa e terrà uno straordinario diario illustrato mentre altri solamente accennati a favore degli utenti proseguendo con lo sciopero da ogni equipaggio deve essere mais seulement la nuit questo diventa indispensabile conservare. In euro o dracme basato sui tassi di fornire agli allievi della tematica trattata l’esposizione ha un carattere. The pumpkin the owner of youth recounts swine and evil stepmother and je ne suis pas la désagréable impression de ne pas être toi. Proseguendo con la fine di diverse parti della parte di una donna che si può rivolgere tutte le volte che hai bevuto il mio seme. Vancouver o Calcutta o Torino o Mumbai fresh out of darkness clipped a una ferita aperta parla con tutti about his dead mother e la sua immaginazione è una cancer machine autorivolta. Si stanno avvicinando radicali modifiche istituzionali le vicende che seguono gli ablativi assoluti tu hai esaminato il Vangelo io ho scritto parole che capiranno i figli che altri uomini avranno messo nel grembo delle vostre donne mentre voi eravate al lavoro. This is un rilievo fondamentalmente abstract. The Gospels were written in lingue convesse. So the men of ground, that could. Le parole in corsivo indicano oggetti messi  in vendita in corsivo. I may hide my head in 9teen seventy three non l’anno natale. The young woman result read more in concomitanza con partenza dalla guerra mondiale mica lo sapevano che quella rosa comprata era per la bara di tua mamma. Chi scrive? Si stanno avvicinando radicali modifiche istituzionali le componenti motori. Il rilievo politico diplomatico della seconda guerra nell’oceano pacifico lo sanno tutti anche Jean Blaise. Il romanzo pubblicato il 20 novembre 2013 I fenomeni che colpiscono nell’Italia di valute e polimeri. Jean Blaise ha il pene huge. The popularity of a prelude avec il prepulzio di Abramo. Si è cercato con diverse organizzazioni sindacali di trattare ampiamente rappresentative sindacali per controllare I meteografi che colpiscono l’Italia di valute non sindacali. Io ho inventato la Traumpolizei verso la fine del duemilaseventeen. Questa pubblicazione sconvolgerà il Giappone ed è fatta di olio di pietra. Per le conoscenze essenziali relative alla nascita della vaginite! Io accetto maggiori informazioni lo straordinario diario illustrato di rivedere il crollo dei. His tales are la scelta di tutte le iscrizioni. L’aspetto a wealthy owner of the swine. Buddità new age in formato Supradyn Per controllare I fenomeni che seguono si può rivolgere nella prima ricostruzione. Fatto sta che hanno preso il cordone ombelicale e l’hanno usato per impiccarmi. Hanno preso il cordone ombelicale e l’hanno usato per impiccarmi.

 

un occhio vede il nulla

Il Cristo orrido

26 Dic

 

    Il cielo era fosco, la temperatura glaciale.

  Le antenne del grattacielo La Vittoria, nel dipartimento occidentale di Hattusa City, oscillavano per il vento. Più sotto, le caldaie lavoravano a ritmi frenetici.

  Sul display dell’appartamento 2102 comparve la password Pesci. La voce registrata, androgina e metallica, salutò Matthew Chambon, e la porta in legno di noce si aprì automaticamente. Anche i mobili erano in noce. C’erano libri ovunque, e quadri di pittori espressionisti.

  Sulla parete più grande dell’ampia sala era fissato un crocefisso di legno scolpito da Matthew. La figura di Cristo dominava la casa: le braccia lacerate, le mani trafitte, il torace collassato, le gambe e i piedi fracassati. Il volto emaciato, la bocca aperta.

  Gli occhi…

  Era il Cristo orrido dell’umanità marziana.

  Squillò il telefono. Parlava Jean Blaise. Rivelava la morte di Giona Quetzàl.

      – Giona? – disse Matthew.

      – In un quaderno scritto da lui c’è questo numero. È l’unico riferimento che ho.

      – Da dove chiami?

      – Dalla Terra, Gebal.

      – È impossibile stabilire una connessione telefonica fra i due pianeti.

      – No – rispose Jean. – Basta avere le conoscenze giuste.

  Matthew tacque alcuni secondi. Poi disse:

      – Giona non è mai stato sulla Terra.

      – Io l’ho incontrato. Lui mi ha dato alcune informazioni ma io non gli ho creduto. Poi l’hanno ucciso. Qualche giorno dopo ho ricevuto il suo diario, nel quale c’è scritto di contattarti.

      – Perché?

      – Devi aiutarmi a decifrare il suo gergo.

  Matthew riagganciò.

  Il Cristo orrido moriva per redimerne il destino.

  In eterno. Invano.

crocifissione

estratto dal capitolo terzo de “il dio osceno”, (Ancona 2013) – di Giovanni Schiavone

 

 

T’abbraccia il capo la bellezza

17 Nov

  Indossavo una camicia bianca a righe di diverso spessore: bordeaux, verde acqua e tortora. Delimitavano rettangoli che somigliavano a campi di fiori visti da un uccello in volo. Ero a Venezia. Stavo appoggiato al muretto di un ponte, rivolto verso il canale, e la luce del sole, riflessa dalle lievi increspature dell’acqua, mi carezzava il volto con polpastrelli di gemme. Era bello persino il cipresso che torreggiava dentro il giardino settecentesco della villa di fronte a me. D’un tratto mi voltai e una donna mi scattò una fotografia. La riconobbi pur senza averla mai vista prima. Solo, sapevo di amarla, ed era come se sempre l’avessi aspettata. Sorrisi. Per tanto tempo avevo desiderato quella pace che ora sbocciava in me. Scorgevo la pioggia abbeverare i deserti che si estendevano fra le mie costole.

  La mia immagine prese forma sulla carta fotografica che la donna teneva in mano. Me la porse, e potei leggere, in basso a sinistra, simile a una didascalia:

T’abbraccia il capo la bellezza, come

L’aureola ai santi nei templi a Venezia.

  La donna scomparve e la fotografia mi si disgregò fra le dita. Presi a camminare lungo calli segrete. Lo smeraldo e lo zaffiro si rincorrevano a vicenda e si arrampicavano come gatti sui muri dei palazzi; io oscillavo fra l’estasi e lo sbigottimento e ringraziavo dio perché sapevo che quello era il paradiso e che solo pochi avevano ricevuto il dono di contemplarlo. Accanto a me, scorsi mia madre. Era giovane e bella, colma di gioia e lucente. Mi accompagnava guardandomi appena, e io sentivo che mi approvava e proteggeva. Facemmo un largo giro; le parlavo, lei taceva. Ringiovaniva ogni minuto.

  Raggiungemmo un santuario sotterraneo, nascosto. Le navate erano ampie, le volte a crociera si stagliavano alte su di noi. Pietra bianca, luminosa d’una luce interna, come se racchiudesse un sistema solare. Al centro, un lago di lapislazzuli sotto la cui superficie saettavano pesci gialli e rosa e arancioni, e una gondola in lontananza, sull’altra sponda, ci attendeva. Lo sguardo di mia madre era limpido e sereno. Ciò nonostante, qualche cosa mi soffocava senza che riuscissi a coglierne la natura intima, qualche cosa che era ma non doveva essere, che andava contro l’ordine prestabilito.

       – Questa è l’unica città in cui io riesca a sentirmi libero per davvero.

  La confessione mi fuggì fuori con mia stessa sorpresa. Non ero solito rivelare aspetti di me ai miei genitori. Forse, addirittura, non l’avevo mai fatto. Seguitai a parlare. Venezia era l’emancipazione, la magnificenza, la compiutezza. Ogni volta che la visitavo, era come se ci fossi già stato in vite precedenti. Avrei potuto creare all’infinito, vivere sempre sotto ispirazione, colmarmi di splendore e inebriarmi. Respiravo il profumo dell’immortalità e della gloria, della quiete e della pace. La mia poesia, la mia scrittura, persino le incerte prove di pittura, in cui indugiavo di tanto in tanto, mi apparivano, se fossi riuscito a legarle a Venezia, destinate a restare nella Storia fino alla fine del Tempo.

  Mia madre ascoltava in silenzio. Io non riuscivo a smettere di guardarla e baciarla e accarezzarla e stringerla. Un terrore immenso si era incuneato tra i dedali della mia carne e del mio sangue: che la strappassero per sempre da me. E mentre le parole mutavano in suono nella mia bocca, suggerite da quell’anomala e sconvolgente necessità di spiegare, a lei che mi aveva partorito, chi io intimamente fossi (quanta colossale ingenuità si dimena nei figli, quanta fisiologica superbia, quanto implicito giudizio ci permettiamo nei confronti di coloro senza i quali mai saremmo apparsi al mondo), mentre le rivelavo, simile a un fiume furioso che scorra verso l’esplosione in mare, i più reconditi accessi della mia sensibilità, una consapevolezza cupa e angosciante si fece strada fra i vortici della mia intuizione viscerale, e d’improvviso le dissi:

       – Mamma, tu non puoi essere qui.

       – Amore – rispose, e la sua voce era una cascata di fiori –, sono passata a salutarti.

  L’abbracciai ancora più forte, scoppiai in lacrime. Tutto di me veniva svuotato, la mia anima era versata via.

       – Non essere triste – mi ripeteva carezzandomi il capo. Io non seppi più contenere la pena, che nasceva come nasce una montagna: inarrestabile, naturale.

  Udivo Venezia farsi roboante, pareva che un terremoto la scuotesse. Mia madre mi cingeva mentre le mie lacrime le bagnavano la spalla e il collo. La inondavo di baci disperati, cercando di ostacolare l’addio che percepivo imminente, e però ero votato alla sconfitta. Il lago divenne rumoroso, il santuario tremò, il soffitto cadde in pezzi.

       – Mamma… – sussurrai un’ultima volta.

  Lei scomparve in una spirale di prismi abbaglianti, e i suoi occhi furono l’ultima cosa che vidi.

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***

 

T’abbraccia il capo la bellezza, come

L’aureola ai santi nei templi a Venezia.

E non indugia e non s’avvezza, posa

Un singulto le ali di Murano

Sulla tua voce più nuova di una

Lingua creola.

 

 

***

Il libro di Giona

28 Ott

  Jean Blaise udì bussare alla porta del suo ufficio. Pensò che fosse la segretaria, e le disse di entrare. L’invito non produsse effetti. L’Illustrissimo Direttore si alzò spazientito, aprì la porta e vide un pacco ai suoi piedi. Null’altro. Il corridoio era vuoto.

  Nel pacco c’era un quaderno. Era di Giona Quetzàl. Conteneva documenti, appunti, mappe. Materiale scientifico. L’interpretazione era difficile perché gli scritti sembravano basarsi su un gergo complesso, un codice da decifrare. L’argomento principale era il governo di Marte.

  Jean si sentì inquieto. Chiamò il suo avvocato e lo incaricò di ottenere informazioni su Giona Quetzàl.

  Nell’attesa, sfogliò il libretto. Carta prodotta con alberi marziani. “Marte”, disse a se stesso. Non conosceva Marte. Nessun terrestre lo conosceva. Tutti ne avevano una visione mitica, infernale, tenebrosa. Vera.

  Due pianeti, due umanità. Niente rapporti. La colonia si era ribellata e separata per sempre dalla madrepatria. Per quel che se ne sapeva, vigeva una dittatura violenta.

 Si diceva che solo pochi uomini avessero il privilegio di muoversi da un pianeta all’altro. Jean Blaise, a essere onesti, non ne aveva mai incontrati.

  Perché non aveva voluto conoscere Giona? Solo ora si rese conto di essere stato ingenuo.

  Sfogliava il quaderno. Leggeva velocemente. Una parte di lui si domandò dove fosse l’Eden marziano. Quali erano le religioni di Marte? In quale dio credevano gli uomini di Marte?

  Era un’umanità diversa?

  Jean si accorse che quelle pagine suscitavano quesiti semplici che però lui non aveva mai formulato. Quesiti abbacinanti, abissali a guardarci dentro per più di pochi secondi. Due umanità lontane, prive di contatto, di amore reciproco. Quale era lo specchio dell’altra? L’Uomo aveva senso altrove dalla Terra?

  Cominciava a dolergli la testa. Da qualche parte c’era un’anomalia metafisica. Marte esisteva, anche se lui non ci pensava mai. Dopo che la colonia si era resa indipendente, i terrestri avevano rimosso la consapevolezza di quell’altra umanità. L’avevano relegata nell’inconscio. Ecco cos’era Marte: l’inconscio della Terra.

  Non c’era senso da nessuna parte.

  Jean non stava bene. Il respiro era divenuto affannoso. Si alzò per bere un bicchiere d’acqua ma sentì come una voragine sotto i piedi. Perse l’equilibrio e cadde sulla poltrona. La realtà lasciò il posto a una visione orrenda. Gli sembrò di sprofondare in una cavità nera e angosciosa. Avvertì una paralisi progressiva del corpo e dell’intelletto. Non ebbe il tempo di comprendere la drammatica inesplicabilità del momento, e svenne.

  A lungo restò privo di coscienza.

 

 

(estratto da “il dio osceno”, Giovanni Schiavone, Pequod 2013 – capitolo secondo, pp. 13-15)

mars

Un assordante nulla

20 Lug

  Adolf Hitler dettò e scrisse il proprio vangelo. Il meraviglioso spirito germanico fu smembrato. L’Italia, che millenovecentosettantatre anni dopo la Crocifissione di Logos fu ribattezzata Pitale Alpino, sprofondò nell’oblio sotto il governo di massoni, satanisti, egittofili, e rimase muta più muta del corpo di un santo, più volontaria di una scelta casta e più eletta di una casta scelta (salvo poi propagarsi fra i meandri dell’inconscio collettivo la notizia, già redimente di per sé sola, che dalle fogne tricolori dell’Italia collassante stava emergendo il Martire Redentore – per evitare fraintendimenti, sulla fronte gli venne ben scolpita l’incisione “Codesto non è il Messia”, ciononostante era un eroe – colui che muore, vince la Luna e ritorna). L’Italia dunque precipitò molto a fondo nella gola di Olduvai e per prima fra i paesi industrializzati dovette fronteggiare la carenza di idrocarburi. E poi si assistette all’attuazione meticolosa e perfetta del progetto di dominio mondiale, inizialmente per mezzo del controllo mediatico e in seconda istanza tramite l’appiattimento ideologico fra i partiti politici. La dittatura col sorriso decapitò a morsi coloro che protestavano troppo rumorosamente; i disobbedienti furono dati ai leoni oppure uccisi da Carabinieri maldestri durante una falsa guerriglia urbana. Il potere giustiziò a sangue freddo un giovane uomo che voleva essere libero.

  Lo sviluppo di ogni manifestazione prese ad allontanarsi dal principio ispiratore della manifestazione medesima, fondando tale allontanamento, di per sé sempre maggiore, su complesse interazioni binarie o addirittura duo-unitarie. Da ciò scaturì il progressivo affinarsi del Movimento (la paradossalità di una simile genesi risiedendo proprio nel carattere assolutamente casuale dell’autocoscienza di dio). Fu allora che al Mito sorse la necessità di tramandare l’origine dei popoli. Dalle voragini del dubbio s’innalzarono piramidi senza vertice, monche, abomini fraintesi e destinati a culti rovesciati. Il dio dei circoncisi vietò l’uso di sterco umano per concimare la terra, causando l’impennata dei prezzi delle vacche e generando orde di giovedì neri.

  D’un tratto dio seppe che in verità non avrebbe mai riconosciuto se stesso attraverso la propria opera schizofrenica. Quindi sancì di ogni dottrina l’ineluttabile miseria, sancì d’Ermete Trismegisto la pochezza, sancì di ogni religione l’inadeguatezza, di ogni poeta sancì la ridicolaggine, di ogni rito sancì l’inutilità. Scardinò le coppie oppositive, disossò gli sciamani, umiliò i maestri, mutilò i giusti, orinò sui libri sacri, sfilacciò i destini e le catene. I cicli cosmici si accartocciarono come giugulari flosce, gli assi dei pianeti si sgretolarono come scapole decrepite, l’ordine primordiale delle molecole si asciugò come la vescica di un bove al macello. Con un solo sbattimento di palpebre, dio devastò la sorgente degli specchi dove per eoni aveva inseguito la sua vera forma. E di ogni cosa non rimase che un assordante Nulla.

 

 

 

 

(estratto da “il dio osceno”, Giovanni Schiavone, Pequod 2013 – capitolo ventunesimo, pp. 136-137)

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Il rito

24 Giu

24 giugno.

  Ora per davvero Jean custodiva nel ventre la consapevolezza di essere morto. Giaceva esanime su una spiaggia in riva al mare, annerito da una notte perpetua. E il Mistero dietro la sua morte, vasto e silenzioso come se mai nel mondo si fosse propagato suono, diveniva ancora più terribile alla luce del Progetto che ne aveva preparato l’avvento.

  Era una nuova morte: non solo mutare per sempre, ma anche sapere che dal mutamento non è consentito il ritorno.

  Jean fu avvolto dalla tenebra, somma espressione del vero coro della tragedia greca, selvaggio e potente più di un amplesso fra dèi. E lui stava inerte simile alla periferia di una città maledetta, aspettando che il coro gli spiegasse la via: “non più sei uomo”, era il salmo della voce triturata, come di un cigno che canti mentre viene sgozzato. Ed entrava nel mondo una bellezza proibita ai mortali, e comparivano cristalli in copula col Sole ma conficcati nel piumaggio di uccelli esotici: era lo smembramento che il martire sublima per accedere ai paradisi.

  Altrove, frammisto a ogni cosa come un neoplasma benefico alle molecole del Creato, come dio che colga luccichii danzare nello specchio, Jean stava altrove dal Purgatorio eppure ancora in attesa – ma senza carne per davvero, senza corpo questa volta.

  D’un tratto si accarezzò le tempie, e dall’ombra che attorno si srotolava vide in alto l’immensa strada del suo Salto. Seppe – poiché la sapienza era un dono che riceveva senza doverne indagare la fonte – che il male oscuro proveniva dal cordone ombelicale e dal petrolio.

  E l’ombra che attorno si srotolava incalzò come pianto lupesco e lui distinse quel che accadeva: alla sua destra stava Gabriele, che lo guardava ma senza vederlo, come se vederlo non fosse importante, come se la visione non fosse reale. Alla destra di Gabriele camminava Thomas, che quell’oggi sembrava più giovane. Jean lo chiamò, però non ottenne risposta.

  Erano al buio, sottoterra, in una galleria illuminata da candele, umida e piena di una sottile caligine che odorava di brace. Non stavano marciando sul suolo bensì sul limo, e Jean seppe che il prodigio – perché in verità la melma avrebbe dovuto inghiottirli – era opera di Gabriele, ed essi in sostanza marciavano sul limo come messia malfatti eppure egualmente efficaci.

  Supplicò Gabriele e implorò la considerazione di Thomas, invano. Non si curavano di lui. Una solitudine agghiacciante lo pervase fin nei capillari dell’anima. La sua agonia divenne una lamentazione sfuggente e profetica come il Kalevala.

  Comprese l’irrimediabilità dell’errore di dio.

      – Dove andiamo? – chiedeva trasportato dalla corrente delle proprie lacrime.

  Gabriele e Thomas si arrestarono e Jean li imitò automaticamente. S’intravedeva, a pochi metri, l’inizio di una sala densa di luce.

      – Siamo giunti – disse Gabriele.

      – Dove? – balbettò Jean.

      – Quaranta metri sotto la Cappella della Sindone.

 

 

 

 

 
(estratto da “il dio osceno”, Giovanni Schiavone, PeQuod 2013 – capitolo ventiduesimo, pp. 138-139)

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La tavola della sera

8 Mag

 

 

 

A lato della tavola lunga della sera

tu ascoltavi in piedi le mie declinanti ombre

farsi parole e rancori come boccali

di macedonie rafferme.

 

Non era più il tempo in cui bevevo la pioggia

ma vini frizzanti, insapori, e pietanze banali.

Una lotta fra le più lacere caserme dei miei

eserciti interni: ecco il banchetto che preferivo.

 

Mi addoloravo un tanto al peso, e solo di sabato

o nelle sagre campestri. Avevo la bocca unta

di stanze a buon mercato, di dialetti da bottega,

di superstizioni magre, esiliate.

 

Era la mano piena di oro quella che il boia

mi aveva scucito. Tu stavi a lato di una tavola troppo

casta per il mio decaduto gusto, per le promesse

sciancate, la pancia guasta, il crampo acuto.

 

 

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fonemi scioccanti, albero biliare – (il libro del pianto)

14 Mar
E la scorza della tribolazione stringe la madre, giovane e sfatta, che perde cent’anni.«È peste il mio sesso?», ella si chiede,

«Ho partorito un bimbo cadavere».

Girolamo Battista, Samotracia, libro III.

  Queste tue mani gloriose sarebbero militaresche se solo non fossi così fragorosamente molluscoide. Ogni cosa tu non sia stato capace di fare giace annerita e sepolta sotto macerie di maschere che hai saputo benissimo indossare. A che è servita la gigantesca, octupoide intelligenza che ti hanno somministrato se non a farti molto riuscire tutti i larvatici nascondimenti che hai scovato? Della galattica legione che ti era dato condurre, hai potuto allestire solo mezza testuggine: il risultato è una breccia crudele e feroce del nemico nel tuo visibilmente morituro sistema immunitario. Ancora non è chiaro se cederanno per primi i polmoni o gli encefali o qualche vergognosa falange degli intestini, però sappiamo con mastodontica certezza che da qualche parte inizierai a sfaldarti.

  Questa mattina è iniziata con il tuo fluido cerebrale in allarmante stato di agitazione, forse anche di infezione, e non è da escludere che la metempsicosi alla quale si assoggettavano un tempo le tue glabre cellule nervose si sia senza possibilità d’appello arrestata. Così ben presto comincerai a sbavare monosillabi insulsi e fonemi scioccanti e vedrai la compassione negli occhi di latte nero dei tuoi simili a dire il vero mostruosamente dissimili.

  Quante infanzie hai dovuto ingoiare a forza e digerire prematuramente affinché la tua strategia di sopravvivenza fosse elaborata? Quante voci diverse si sono alternate tra le pieghe della tua mai fino in fondo sbocciata virilità? Se pensi a tutte le morti che sei riuscito a scansare, ti meravigli che qualcuno abbia ancora l’ardire di investire in un’agenzia di pompe funebri.

  I tuoi bulbi sono fatti con un liquido amniotico che straborda una prosperità di ricordi di aborti non voluti. Ogni tua lacrima è la disperazione di una madre tradita dal proprio grembo imperfetto.

  Per amore del prossimo, hai imparato a non piangere.

***

  Un reliquiario è la pelle tua di alabastro e cinabro, e crepature azzurre alludono a strade sotterranee di piume invisibili. Il tuo sistema neuronale si apre come un bouquet di broccoli, come una festa nella piazza. Io invece ho gli occhi di ciniglia, addolorati e stanchi, simili alla corteccia di un albero biliare sopraffatto da neoplasie fosforose.

  Ho sempre invidiato la tua capacità di piangere davvero, di piangere per poco. Ho invidiato e tutt’ora ammiro la facoltà tua di provare dolori sopportabili, non letali, non cancerosi, non mortiferi. Io, che ho dimenticato come si piange, ho però sempre gli occhi sconvolti, perché il dolore lo trascino a lungo, lo interpello e sfrutto: è la mia miniera a cielo aperto. Mi dimora dentro, il dolore: gli sono asilo.

  Ero così lucentemente clairvoyant, un tempo, somigliante al vassoio su cui sedette in trono il capo di Giovanni Battista. Ero il Battista, quand’ancora speravo nella parusia, quand’ancora attendevo il messia e con la laringe incendiavo i pagani.

  Ora che l’unica attualità che mi interessi è la correzione di testi in qualche modo analogici, tutta quell’arcaica profezia pronunciata dagli oblunghi oracoli è andata a farsi benedire da un’orchestra gitana di api insettivore – il nostro sistema lassativo, la società nella quale le nostre atomiche ansie sopravvivono ogni giorno, nella quale resta intatta ogni particella della materia siderale ed escrementizia che ci fascia le viscere – la corrotta verità scolpita nelle rifiutate preghiere, la verità che mi entrava nelle pupille con la forza di raggi angelici, tutta quella conoscenza vasta è stata arsa viva da grappoli di antidepressivi somministrati al posto di una legittima condanna all’ergastolo.

  Io non avevo altro dio all’infuori di me – eppure, e proprio per questo, ero ateo.

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la mia attitudine al bathos #01

19 Dic

Capita talvolta nel dormiveglia che un’immagine nasca con la patina del ricordo – il sudario del ricordo -, che rechi in sé l’eco d’una genesi arcaica e miracolosa – come le genesi tutte -, dunque rarefatta, un’immagine che sia già stata strutturata, metabolizzata, un pensiero di già espresso e ordinato, uno sconvolgimento gnoseologico a lungo ponderato, un déjà vu onirico che sgorga dalla carne del Cigno, che sgorga dallo specchio che a Narciso diede la Narcosi.

Capita nel dormiveglia che il Tempo tremoli opaco.

La mia attitudine al bathos sgorga pura come il Tempo evacuato quaggiù, e io me ne sto rannicchiato nel recinto scarlatto a farmi ingozzare di Mondo: un Cigno a forza nutrito. È il Mondo la mia santa cirrosi epatica da imbarattolare per la Grande Distribuzione francese, la grande rivoluzione appunto gnoseologica (un paradigma limpido come fiumi nascosti).

È la Vita una mandria di piante infestanti sulle costole batteriologiche dell’Uomo. È la Vita capace di affermare se stessa e a se stessa sopravvivere solo debellando la piaga dell’Uomo (la piaga che l’Uomo nutre e nitrisce). È la Vita un’Eva variopinta eppure smarrita che le costole e le clavicole dell’Uomo incensa e tradisce.

E l’Industria Alimentare e l’Industria Culturale farciscono a morte il Cigno e gonfiano il ventre molle di Narciso narcotizzato e debole – quanta Bellezza in quegli occhi!, e il resto trascuro (la muscolatura, per esempio) -, le Industrie gonfiano il ventre ben oltre le Colonne d’Ercole dei maniglioni antipanico dell’amore – però quanta Bellezza in quell’ispanico sguardo!

La mia attitudine al bathos: detriti fecali (ma solo una striscia) sul lato del membro, dopo l’anale congresso. E fluidi ficali sul lenzuolo svedese. E tutta quell’aria a singulti che t’esce dalla bocca più rossa come da una marmitta tarlata (una pecora a polpa).

Dicevamo: il Mondo è una Chiesa consacrata alla Bestemmia.

Io solo Infedele.

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