Un assordante nulla

20 Lug

  Adolf Hitler dettò e scrisse il proprio vangelo. Il meraviglioso spirito germanico fu smembrato. L’Italia, che millenovecentosettantatre anni dopo la Crocifissione di Logos fu ribattezzata Pitale Alpino, sprofondò nell’oblio sotto il governo di massoni, satanisti, egittofili, e rimase muta più muta del corpo di un santo, più volontaria di una scelta casta e più eletta di una casta scelta (salvo poi propagarsi fra i meandri dell’inconscio collettivo la notizia, già redimente di per sé sola, che dalle fogne tricolori dell’Italia collassante stava emergendo il Martire Redentore – per evitare fraintendimenti, sulla fronte gli venne ben scolpita l’incisione “Codesto non è il Messia”, ciononostante era un eroe – colui che muore, vince la Luna e ritorna). L’Italia dunque precipitò molto a fondo nella gola di Olduvai e per prima fra i paesi industrializzati dovette fronteggiare la carenza di idrocarburi. E poi si assistette all’attuazione meticolosa e perfetta del progetto di dominio mondiale, inizialmente per mezzo del controllo mediatico e in seconda istanza tramite l’appiattimento ideologico fra i partiti politici. La dittatura col sorriso decapitò a morsi coloro che protestavano troppo rumorosamente; i disobbedienti furono dati ai leoni oppure uccisi da Carabinieri maldestri durante una falsa guerriglia urbana. Il potere giustiziò a sangue freddo un giovane uomo che voleva essere libero.

  Lo sviluppo di ogni manifestazione prese ad allontanarsi dal principio ispiratore della manifestazione medesima, fondando tale allontanamento, di per sé sempre maggiore, su complesse interazioni binarie o addirittura duo-unitarie. Da ciò scaturì il progressivo affinarsi del Movimento (la paradossalità di una simile genesi risiedendo proprio nel carattere assolutamente casuale dell’autocoscienza di dio). Fu allora che al Mito sorse la necessità di tramandare l’origine dei popoli. Dalle voragini del dubbio s’innalzarono piramidi senza vertice, monche, abomini fraintesi e destinati a culti rovesciati. Il dio dei circoncisi vietò l’uso di sterco umano per concimare la terra, causando l’impennata dei prezzi delle vacche e generando orde di giovedì neri.

  D’un tratto dio seppe che in verità non avrebbe mai riconosciuto se stesso attraverso la propria opera schizofrenica. Quindi sancì di ogni dottrina l’ineluttabile miseria, sancì d’Ermete Trismegisto la pochezza, sancì di ogni religione l’inadeguatezza, di ogni poeta sancì la ridicolaggine, di ogni rito sancì l’inutilità. Scardinò le coppie oppositive, disossò gli sciamani, umiliò i maestri, mutilò i giusti, orinò sui libri sacri, sfilacciò i destini e le catene. I cicli cosmici si accartocciarono come giugulari flosce, gli assi dei pianeti si sgretolarono come scapole decrepite, l’ordine primordiale delle molecole si asciugò come la vescica di un bove al macello. Con un solo sbattimento di palpebre, dio devastò la sorgente degli specchi dove per eoni aveva inseguito la sua vera forma. E di ogni cosa non rimase che un assordante Nulla.

 

 

 

 

(estratto da “il dio osceno”, Giovanni Schiavone, PeQuod 2013 – capitolo ventunesimo, pp. 136-137)

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Il rito

24 Giu

24 giugno.

  Ora per davvero Jean custodiva nel ventre la consapevolezza di essere morto. Giaceva esanime su una spiaggia in riva al mare, annerito da una notte perpetua. E il Mistero dietro la sua morte, vasto e silenzioso come se mai nel mondo si fosse propagato suono, diveniva ancora più terribile alla luce del Progetto che ne aveva preparato l’avvento.

  Era una nuova morte: non solo mutare per sempre, ma anche sapere che dal mutamento non è consentito il ritorno.

  Jean fu avvolto dalla tenebra, somma espressione del vero coro della tragedia greca, selvaggio e potente più di un amplesso fra dèi. E lui stava inerte simile alla periferia di una città maledetta, aspettando che il coro gli spiegasse la via: “non più sei uomo”, era il salmo della voce triturata, come di un cigno che canti mentre viene sgozzato. Ed entrava nel mondo una bellezza proibita ai mortali, e comparivano cristalli in copula col Sole ma conficcati nel piumaggio di uccelli esotici: era lo smembramento che il martire sublima per accedere ai paradisi.

  Altrove, frammisto a ogni cosa come un neoplasma benefico alle molecole del Creato, come dio che colga luccichii danzare nello specchio, Jean stava altrove dal Purgatorio eppure ancora in attesa – ma senza carne per davvero, senza corpo questa volta.

  D’un tratto si accarezzò le tempie, e dall’ombra che attorno si srotolava vide in alto l’immensa strada del suo Salto. Seppe – poiché la sapienza era un dono che riceveva senza doverne indagare la fonte – che il male oscuro proveniva dal cordone ombelicale e dal petrolio.

  E l’ombra che attorno si srotolava incalzò come pianto lupesco e lui distinse quel che accadeva: alla sua destra stava Gabriele, che lo guardava ma senza vederlo, come se vederlo non fosse importante, come se la visione non fosse reale. Alla destra di Gabriele camminava Thomas, che quell’oggi sembrava più giovane. Jean lo chiamò, però non ottenne risposta.

  Erano al buio, sottoterra, in una galleria illuminata da candele, umida e piena di una sottile caligine che odorava di brace. Non stavano marciando sul suolo bensì sul limo, e Jean seppe che il prodigio – perché in verità la melma avrebbe dovuto inghiottirli – era opera di Gabriele, ed essi in sostanza marciavano sul limo come messia malfatti eppure egualmente efficaci.

  Supplicò Gabriele e implorò la considerazione di Thomas, invano. Non si curavano di lui. Una solitudine agghiacciante lo pervase fin nei capillari dell’anima. La sua agonia divenne una lamentazione sfuggente e profetica come il Kalevala.

  Comprese l’irrimediabilità dell’errore di dio.

      – Dove andiamo? – chiedeva trasportato dalla corrente delle proprie lacrime.

  Gabriele e Thomas si arrestarono e Jean li imitò automaticamente. S’intravedeva, a pochi metri, l’inizio di una sala densa di luce.

      – Siamo giunti – disse Gabriele.

      – Dove? – balbettò Jean.

      – Quaranta metri sotto la Cappella della Sindone.

 

 

 

 

 
(estratto da “il dio osceno”, Giovanni Schiavone, PeQuod 2013 – capitolo ventiduesimo, pp. 138-139)

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La tavola della sera

8 Mag

 

 

 

A lato della tavola lunga della sera

tu ascoltavi in piedi le mie declinanti ombre

farsi parole e rancori come boccali

di macedonie rafferme.

 

Non era più il tempo in cui bevevo la pioggia

ma vini frizzanti, insapori, e pietanze banali.

Una lotta fra le più lacere caserme dei miei

eserciti interni: ecco il banchetto che preferivo.

 

Mi addoloravo un tanto al peso, e solo di sabato

o nelle sagre campestri. Avevo la bocca unta

di stanze a buon mercato, di dialetti da bottega,

di superstizioni magre, esiliate.

 

Era la mano piena di oro quella che il boia

mi aveva scucito. Tu stavi a lato di una tavola troppo

casta per il mio decaduto gusto, per le promesse

sciancate, la mia pancia guasta, il crampo acuto.

 

 

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fonemi scioccanti, albero biliare – (il libro del pianto)

14 Mar
E la scorza della tribolazione stringe la madre,

giovane e sfatta, che perde cent’anni.

«È peste il mio sesso?», ella si chiede,

«Ho partorito un bimbo cadavere».

Girolamo Battista, Samotracia, libro III.

  Queste tue mani gloriose sarebbero militaresche se solo non fossi così fragorosamente molluscoide. Ogni cosa tu non sia stato capace di fare giace annerita e sepolta sotto macerie di maschere che hai saputo benissimo indossare. A che è servita la gigantesca, octupoide intelligenza che ti hanno somministrato se non a farti molto riuscire tutti i larvatici nascondimenti che hai scovato? Della galattica legione che ti era dato condurre, hai potuto allestire solo mezza testuggine: il risultato è una breccia crudele e feroce del nemico nel tuo visibilmente morituro sistema immunitario. Ancora non è chiaro se cederanno per primi i polmoni o gli encefali o qualche vergognosa falange degli intestini, però sappiamo con mastodontica certezza che da qualche parte inizierai a sfaldarti.

  Questa mattina è iniziata con il tuo fluido cerebrale in allarmante stato di agitazione, forse anche di infezione, e non è da escludere che la metempsicosi alla quale si assoggettavano un tempo le tue glabre cellule nervose si sia senza possibilità d’appello arrestata. Così ben presto comincerai a sbavare monosillabi insulsi e fonemi scioccanti e per davvero vedrai la compassione negli occhi di latte nero dei tuoi simili a dire il vero mostruosamente dissimili.

  Quante infanzie hai dovuto ingoiare a forza e digerire prematuramente affinché la tua strategia di sopravvivenza fosse elaborata? Quante voci diverse si sono alternate tra le pieghe della tua mai fino in fondo sbocciata virilità? Se pensi a tutte le morti che sei riuscito a scansare, ti meravigli che qualcuno abbia ancora l’ardire di investire in un’agenzia di pompe funebri.

  I tuoi bulbi sono fatti con un liquido amniotico che straborda una prosperità di ricordi di aborti non voluti. Ogni tua lacrima è la disperazione di una madre tradita dal proprio grembo imperfetto.

  Per amore del prossimo, hai imparato a non piangere.

***

  Un reliquiario è la pelle tua di alabastro e cinabro, e crepature azzurre alludono a strade sotterranee di piume invisibili. Il tuo sistema neuronale si apre come un bouquet di broccoli, come una festa nella piazza. Io invece ho gli occhi di ciniglia, addolorati e stanchi, simili alla corteccia di un albero biliare sopraffatto da neoplasie fosforose.

  Ho sempre invidiato la tua capacità di piangere davvero, di piangere per poco. Ho invidiato e tutt’ora ammiro la facoltà tua di provare dolori sopportabili, non letali, non cancerosi, non mortiferi. Io, che ho dimenticato come si piange, ho però sempre gli occhi sconvolti, perché il dolore lo trascino a lungo, lo interpello e sfrutto: è la mia miniera a cielo aperto. Mi dimora dentro, il dolore: gli sono asilo.

  Ero così lucentemente clairvoyant, un tempo, somigliante al vassoio su cui sedette in trono il capo di Giovanni Battista. Ero il Battista, quand’ancora speravo nella parusia, quand’ancora attendevo il messia e con la laringe incendiavo i pagani.

  Ora che l’unica attualità che mi interessi è la correzione di testi in qualche modo analogici, tutta quell’arcaica profezia pronunciata dagli oblunghi oracoli è andata a farsi benedire da un’orchestra gitana di api insettivore – il nostro sistema lassativo, la società nella quale le nostre atomiche ansie sopravvivono ogni giorno, nella quale resta intatta ogni particella della materia siderale ed escrementizia che ci fascia le viscere – la corrotta verità scolpita nelle rifiutate preghiere, la verità che mi entrava nelle pupille con la forza di raggi angelici, tutta quella conoscenza vasta è stata arsa viva da grappoli di antidepressivi somministrati in loco di una legittima condanna all’ergastolo.

  Io non avevo altro dio all’infuori di me – eppure, e proprio per questo, ero ateo.

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la mia attitudine al bathos #01

19 Dic

Capita talvolta nel dormiveglia che un’immagine nasca con la patina del ricordo – il sudario del ricordo -, che rechi in sé l’eco d’una genesi arcaica e miracolosa – come le genesi tutte -, dunque rarefatta, un’immagine che sia già stata strutturata, metabolizzata, un pensiero di già espresso e ordinato, uno sconvolgimento gnoseologico a lungo ponderato, un déjà vu onirico che sgorga dalla carne del Cigno, che sgorga dallo specchio che a Narciso diede la Narcosi.

Capita nel dormiveglia che il Tempo tremoli opaco.

La mia attitudine al bathos sgorga pura come il Tempo evacuato quaggiù, e io me ne sto rannicchiato nel recinto scarlatto a farmi ingozzare di Mondo: un Cigno a forza nutrito. È il Mondo la mia santa cirrosi epatica da imbarattolare per la Grande Distribuzione francese, la grande rivoluzione appunto gnoseologica (un paradigma limpido come fiumi nascosti).

È la Vita una mandria di piante infestanti sulle costole batteriologiche dell’Uomo. È la Vita capace di affermare se stessa e a se stessa sopravvivere solo debellando la piaga dell’Uomo (la piaga che l’Uomo nutre e nitrisce). È la Vita un’Eva variopinta eppure smarrita che le costole e le clavicole dell’Uomo incensa e tradisce.

E l’Industria Alimentare e l’Industria Culturale farciscono a morte il Cigno e gonfiano il ventre molle di Narciso narcotizzato e debole – quanta Bellezza in quegli occhi!, e il resto trascuro (la muscolatura, per esempio) -, le Industrie gonfiano il ventre ben oltre le Colonne d’Ercole dei maniglioni antipanico dell’amore – però quanta Bellezza in quell’ispanico sguardo!

La mia attitudine al bathos: detriti fecali (ma solo una striscia) sul lato del membro, dopo l’anale congresso. E fluidi ficali sul lenzuolo svedese. E tutta quell’aria a singulti che t’esce dalla bocca più rossa come da una marmitta tarlata (una pecora a polpa).

Dicevamo: il Mondo è una Chiesa consacrata alla Bestemmia.

Io solo Infedele.

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La proboscide delle mosche (del disgusto irrefutabile)

9 Nov

 

  La prima premessa è che sono carenti d’intelligenza coloro che tengono in conto ciò che qualcun altro pensa di questioni simili a quella sterile e logora di cui fra poco abbozzerò un rigurgito.

  La seconda premessa è che vi sfido a scrivere un periodo come il precedente che risulti certamente corretto sotto ogni punto di vista pur in assenza di segni di interpunzione quali virgole o due punti o punti e virgole o punti e basta o parentesi o lineette e via discorrendo.

  La terza premessa è che la maggior parte delle persone che mi circondano, e di cui, con ogni probabilità, voi siete esponenti, fa parte della massa inutile di individui che sono stati generati dalla vita per un puro accidente, o incidente, per un caso (che è anagramma di cosa e caso, come leggo in De Crescenzo – e voi, in fondo, siete cose a caso e io mi auguro che lo sappiate perché, se non lo sapeste, sareste colpevoli della vostra ignoranza e non più solamente della vostra esistenza, e quindi sareste più colpevoli dei vostri genitori, i quali, a ben guardare, avevano l’esclusiva voglia di confondere i fluidi e non di orrendamente concepirvi), e che proprio l’appartenenza aprioristica e indissolubile delle persone che mi circondano a quella massa rende tale massa aprioristicamente inconfutabile, ossia rende le opinioni della massa aprioristicamente inconfutabili, perché tanti cani che guaiscono e abbaiano non possono non coprire il canto di quelli che vedono oltre, che avanguardano, per autocitarmi, vale a dire di quelli che vedono prima e più in là nel tempo e nello spazio, dacché hanno le iridi lunghe e larghe.

  La questione di cui sto per abbozzare un rigurgito è in qualche modo connessa al trionfo di Donald Trump, alla sua elezione come Presidente degli Stati Uniti d’America. Senza considerare che l’attesa di un risultato diverso denotava la non conoscenza delle più elementari strategie che il Potere adotta per consolidare se stesso in maniera non fragorosamente esplicita, credo sia doveroso annunciare (ma solo perché non ci siete ancora arrivati da soli) che non è per nulla importante che abbia vinto Donald Trump o che abbia perso Hillary Clinton.

  Non è importante, miei amici che con dannosa generosità del Destino siete ancora tenuti in vita dalle pervertite menti delle Moire, così come non importano le vostre idee e le vostre speculazioni sulla natura delle cose, per il semplice e disarmante fatto che nulla di ciò che voi ritenete vostro è in effetti vostro.

  Voi siete l’aborto del Potere; siete il prodotto di scarto del Potere; siete il nutrimento del Potere. Ciò che vi interessa deve interessarvi perché qualcuno lo ha deciso per voi. Ciò che dite lo dite perché qualcuno vi muove le lingue. Ciò che siete lo siete pur senza essere mai stati qualcosa.

  Questo riuscite a capirlo, tenero e grossolano pollame da allevamento a terra?

  Non importa. Non importa. Non importa nulla.

  E così vasta è la mancanza di importanza, così aberrante e fastidioso è il fatto che voi non la scorgiate, quella vastità, che non perderò un solo istante per spiegarvi cose che un individuo meritevole di essere definito intelligente conosce dal tempo in cui è in fasce, o addirittura da quello in cui lo schizzo del padre scalfisce irrimediabilmente il canestro generativo della madre, e lo sfregia a vita, in virtù della spinta a perpetrare la vita.

  Un giorno, dopo che avrete vissuto mille esistenze successive o contemporanee (ché il tempo è una menzogna) ma comunque altre da questa, avrete forse imparato almeno sbrigare le vostre funzioni fisiologiche. Poi sarà possibile insegnarvi l’alfabeto.

  Avete nasi come quelli dei cani e proboscidi come quelle delle mosche.

Galamantide

3 Ago

I miei invani apostrofi tra le giardine suonavo come misfatto

Autorivolto – una volta ch’ebbi gettato le apostasie

Di là dal campo di là dalla rete dove correvo

In apparenza sano e pure sconvolto.

 

Indegno vagavo senza frecce accese né catapulte

Ampie esclamazioni stonando ma la schiena dinoccolava

Valgismi eterogenei di servitù servilisticamente indotte.

Per altruismo tenevo fasciate le lingue – le autodifese come nidi caduti.

 

Molte le donne che avevano pianto stones in my mouth

Sulle formiche sui pulcini azzittiti.

Questa bocca non l’hai abbastanza sfamata ma il cuore satolla

Il sangue degli impalati e il mio vanto resiste.

 

Ero fiero degli empi, assiso su fresche distese di vuoto.

The fear of the empty – un evergreen reazionario –

Quali cataclismatici cicli sai gocciolare

Reazionari privi di codici galamondani – spogli cionondimeno, lenti.

 

Scheggio il vuoto ibernante into my bones e non questuo più

Davanti a una chiesa che non sia periferica.

Tutte le rosse quaderna da cui immonde parole ho versato

Apostrofi e ghiri e piumaggi d’uccella rotonde.

 

Chissà dove eclissavamo le membra prima di essere maschi

Prima del sordo sorrow – i malacarne ghignavano

Dobermann amazing su cugini siciliani

Consacrati poi alle afasie il giorno del principio del lutto.

 

Il soliloquio avvelena i diaframmi e al frutto del grembo tuo urge

Un cavaliere romano che accinghi il costato

Senza giudizio né senno di poi – in silenzio disinnesco questa

Oblunga collana di preghiere – sia una corona per Re meno indegni.

 

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che cosa avvera

4 Apr

 

quanta disperazione e quanta forza –

quanta dimenticanza – che cosa avvera

sono sempre stato meraviglia

autentica – s’inchinano gli angeli

quanto solenni i doni miei

io che respiro le scaglie del Nulla

e lancio indenni sguardi fra le fessure

delle vie – quanti pulviscoli so numerare nelle larghe

anestesie delle nazioni – quanti canti per dire attimo

per dire scorcio

quante disperazioni – io che scorgo ogni abbagliante

coscienza – io che schiudo la misera scorza

dei sogni – la misera forza

eppure innalzo oltre sante le soglie

– come un martire illeso –

nelle dune e fra le doglie e nessuno

mi ha mai raccolto o vilipeso –

per eleggermi sorgerà lo specchio

capovolto

e il deserto piangerà fecondo.

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Tu sai il giorno che fu scelto

7 Mar

 

 

 

Dimmi delle vongole, che vivono

quattrocento anni. E dei polpi, che

abbracciano gli squali. Raccontami

i coralli, che sono millenari.

 

Parlami della Balena, che è bianca

e blu, lunga costellazione. Tu sai

il pianto di Medusa, il volo di

Perseo. Tu sai il giorno che fu scelto

 

per fare luminosi i pulviscoli

siderali. Disegnami l’attesa

degli Egizi, il loro ansare vasto

tra i bordi feroci del Grande Fiume.

 

Perdonami i baci che ho rimandato,

illuso che il tempo nostro durasse

come i canti antichi. Accarezzami,

ora che tue sono eterne le mani.

 

 

 

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RadioBluenote feat Giovanni Schiavone

5 Mar

Un progetto di Davide Bava: RadioBlueNote.

Puntata sul Barocco. Frammiste alla musica, alcune mie letture:

06:00 “Tutto quel tempo”;

10:40 “Se ero bello”;

16:10 “Erano una patria distante come una preghiera”;

22:00 “Il tuo sorriso rosa e grande”;

27:30 “Se perché alla fine ridevi”;

 

 

14505

9 Feb

  Si vede un numero, lungo il lato del rettangolo, quello alla sinistra di chi guarda, verticale e nero, in grassetto, 14505, un carattere duro sulla plastica, forse la conta dei nuovi nati, o un’indicazione misteriosa sul bambino – la sua oscura cifra stilistica.
Sotto la pellicola iniziano le informazioni più intime disponibili in quel momento, frammentate in tre spazi custoditi da righe grigie.

In alto, anzitutto, il cognome della madre, perché Lei è il principio di ogni cosa, la sorgente del respiro, ma quel giorno il tuo cognome lo sbagliarono, mamma, e invece di Schifaudo scrissero Schifavolo, però la S e la C stanno quasi dietro la curva del braccialetto, mentre la H e la I sono coperte, e dunque leggiamo Favolo, un errore non casuale, ossia meno di ogni altro – dacché non esiste il caso e nemmeno esiste lo sbaglio –; per farla breve direi che se invece della O ci fosse una A, sarebbe un complimento per nulla esagerato.

Di fianco c’è il cognome che si tramanda, quello del padre, ed è quasi morbida la C che tenta un ghirigoro, e sbiadiscono la V e la O, mentre è calcata la E, che ha perso la stanghetta più bassa e pare una F – la F di favola, infatti.

Sotto, all’inizio del secondo rigo, una parola eclissata dal numero in grassetto, sicuramente “sesso”, giacché di fianco si legge Maschile, e chi scrisse usò il maiuscolo, il minuscolo e il corsivo, ovvero tutta la gamma, per niente vasta, di caratteri tipografici reperibili nel pugno, ed è interessante perché questa sarebbe diventata la grafia del figlio, la mia grafia, mamma, tu forse lo sai, questa è la buccia del frutto che sgorga dalla mia mano quando compio l’atto che più di ogni altro mi identifica – la scrittura, appunto –, al punto che stringo la penna in un modo un po’ ridicolo che non ho voluto mai correggere: è l’anomalia che mi caratterizza, mamma, ed è grazie a te se non voglio correggerla, perché tu mai lo hai fatto, perché il tuo amore ogni cosa di me avvolgeva, e soprattutto le anomalie, e soprattutto le debolezze.

Vicino ci sono due H (la prima deve essere una svista), e poi l’ora in cui la luce mi donasti, o mi donasti alla luce – dipende dall’ego –, le sei e venti del mattino, vicino all’alba (tu sai che l’alba è l’inizio: il mio arrivo; io so che l’alba è la fine: l’istante in cui della tua irreparabile partenza ho appreso).

Nell’ultimo spazio c’è scritto 3280: trechilidueottanta. Lo sapevi a memoria, mamma. Lo ripetevi sempre, tutto attaccato, bandite le pause nella voce, rafforzate le dentali, un po’ mesto il sorriso, come se all’epoca i grammi ti fossero sembrati pochi per un maschietto.

Infine, alla destra di chi guarda, la data, con gli spazi fra i numeri forse troppo ampi: 29–1–1983.

L’inchiostro blu, che il tempo sta declinando verso il viola.

Non è scritto, però, che saresti stata il mio primo amore.

Che trentatré anni dopo quel giorno sarebbe stato il mio primo compleanno senza. Che avrei pensato a te diciannovenne, appena fatta madre, che mi sarei chiesto del tuo amore per me, del tuo sguardo nel mio ancora velato, del mio odore di germoglio su di te.

Non è scritto del pianto né dell’addio. Non è scritto del vuoto. Non è scritto il vuoto.

Non è scritto il silenzio. Non è scritto niente.

E tu, dentro me, tutto hai letto sempre.

braccialetto

Fogli (serie 2016), L’orgia asciutta

10 Gen

L’orgia asciutta

Racconto. Caratteri: 4690.
Prima stesura: gennaio 2011. Ultima revisione: marzo 2017.

 

 

 

Queste immagini sono anzitutto una testimonianza: quella dell’ultima (per ora) revisione, operata e conclusa il 10/01/2016.

Ho idea di aver scritto il racconto verso l’inizio del 2011. Era infatti rivolto, anche, alla mia prima ragazza (con cui la storia ebbe fine a marzo di quello stesso anno), ma nella versione definitiva (attuale) non si evince. Successivamente, verso settembre, lo feci leggere a un’altra (questo mio stupido modo di approcciare le donne ha avuto più successo di quanto io stesso possa a buon diritto ritenere sensato). Alla luce di tali elementi (e non soltanto), sancisco plausibile ciò che la memoria fa: suggerire che la notte in cui ho scritto L’orgia molle era una notte di gennaio 2011.

La testimonianza è anche quella del mio metodo. Si sa che ho impiegato 15 anni per finire e pubblicare un romanzo di 178 pagine – il dio osceno -, ma non che i miei tempi di scrittura sono lunghi in generale. L’orgia asciutta non è particolarmente bello, eppure ci ho speso cinque anni di revisioni periodiche (per nemmeno 5000 battute). Ecco il mio metodo. Ecco dove mi conduce la mia ricerca (contemporaneamente stilistica, espressiva, letteraria e poetica). La fatica è immensa. La gloria: nessuna.

Infine, queste fotografie testimoniano la molteplicità dei miei interessi. Non esclusivamente la scrittura, pure l’immagine io frequento. Ho nozione delle arti (di alcune più che di altre: mi è quasi del tutto estranea la musica, mio malgrado), e quella visiva mi rapisce in modo particolare. Sarà, forse, una strada che percorrerò.

Accarezzo l’idea che una pagina di letteratura possa diventare un oggetto d’arte. In fondo, ciò non smussa né l’inutilità dell’opera né quella dell’operaio.

Collegno, 10/01/2016.

 

Se perché alla fine ridevi

21 Dic

 

Se perché non avevo capito cadeva del cielo la gloria.

 

Se per la gioia del cielo cadeva del cielo la gioia e la gloria
cadeva
dal loculo quarantasei del decimo campo – cadeva
nel cielo –

io non ho tempo bastante per dire mancanza.

 

Se perché alla fine ridevi – la spalla era ferma e l’omero
in schegge –
Dal velo del lutto ci proteggevi.

 

Per l’ospedale ancor prendo la strada –
Ho in poche clessidre percorso
di te le più ampie terre
che prima non lessi.

Ho ingoiato alla fine d’un sorso
l’amore che sopra mi avevi soffiato –
Ho bevuto alla fine più forte
per dirti l’amore, scansare il commiato,

implorare la morte che il vasto poema –

 

Pensavamo poterti curare ma era gioco nefasto
dell’antalgico scudo,
della terapia,
a illudere noi che crudo il futuro –

Per l’ospedale a volte la via,
come se morta non fossi e là mi aspettassi –
Perché è breve guarire – tu stai per uscire –

Non ora io vengo perché è tanta faccenda,
e il telefono è rotto, deve aggiustarlo papà,
che è lento, lo sai, in fondo
l’età si avvicina ai sessanta.

 

Se perché alla fine ridevi, se nel cielo contraria
la pioggia –
Se il muro del mondo nel cielo poggiava
e calda era l’aria più che l’Autunno –

 

Infinite le albe verranno.
Non una sarà del lutto la fine.

Infinite le strade ti cerco.
L’alba persino – se l’alba è la fine.

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Io non ho abbastanza pregato

2 Dic

 

Per i tuoi occhi, che erano un lago di cigni.

E il tuo sorriso, che si accendeva nei cieli.

Per la tua voce, che era un concerto di inni.

E le tue labbra, che erano tutti i vangeli –

 

io non ho abbastanza pregato.

 

Per il tuo cuore, perché eri madre, perché mi amavi, perché eri tu,

e per salvarti, per ritrovarti, per ciò che hai fatto, che hai fatto tu,

perché ti amavo, perché temevo,

perché eri madre, perché eri tu,

perché mia madre,

perché eri tu –

 

io non ho abbastanza pregato.

 

La notte andare via – le tre accarezzando, pensiamo – in fondo alla stanza tua su un letto di altri – del Servizio Sanitario o dell’Associazione che la morfina a domicilio somministra –

la non specificabile

eutanasia –

 

io nella mia casa a cinque minuti dormiente – andare via dopo due giorni di sonno e di respiro di vetro – quante volte sulla bocca ti ho baciata, tu indifesa e io bambino, alla fine, io di niente, io scheggiato più di te, alla fine –

 

«ti amo», dicevo, e avevo nel cuore le crepe come i deserti

spaccati –

«ti amo» – dovevo dirlo di più, e prima, mentre eri sveglia – questa confessione che mi sfuggiva dalla gola ghiacciata, fredda come l’inferno, perché mia madre moriva –  fredda come un altare –

fredda come la bocca che ti avrei baciata dopo, nei due giorni che il funerale indugiano, tu nella bara di legno e io

in una diversa, di stagno

attorno al cuore

avvolto,

e l’anima –

è larga nell’anima

la squarciatura –

 

e tu di morire avevi paura ma non me lo hai detto nei mesi, undici –

ora è Anna a raccontare i tuoi pianti al telefono mentre a noi dicevi che andava bene e che vedevi il futuro nelle parole dei medici –

 

Cinquantadue anni. Cancro al colon. Malattia metastatica. Metastasi polmonari, epatiche, ossee.

 

 

Io non ho abbastanza pregato mentre tu andavi via la notte del diciassette novembre duemilaquindici, sola e silenziosa come eri stata sempre, e senza disturbo arrecare, senza rumore produrre, senza lenzuola sporcare, bella e sola e silenziosa come una civiltà sommersa –

 

oh, come è tersa la volta celeste nell’autunno duemilaquindici,

quando tu sei morta

e gli altri

vivi

sono rimasti per finta,

 

come fossero veri e vivi i pesci nell’acquario, come fossero vere le piante di polistirolo, come fossero veri i vetri dei film –

come fossero veri i film e le palme e le noci di cocco, e Parigi;

nei mesi alla fine dicevi che una volta guarita saremmo andati insieme a Parigi,

ma tu sei morta

e la vita s’è fatta vera e viva – e se tu non puoi

a Parigi viaggiare, nessuno potrà più a Parigi viaggiare.

Perché la strage ovunque si posa.

Perché la strage ovunque è sorta.

 

Sul divano non sognavo mentre alle 6.30

del mattino il cellulare

sanciva del lutto l’inizio

e papà diceva di aprirgli il portone e Lucia con Riccardo di appena due mesi nel mio letto dormivano;

poi papà è salito e ha detto parole che non ricordo se non a frammenti

e i frammenti erano

 

che tu non più eri,

 

e i frammenti erano che tu

non più eri

e io a frammenti –

 

E c’erano Mimmo e Alessandro e papà piangeva e mi ha chiesto un abbraccio però

io forse avevo le mani e le braccia

di dentifricio e colavano

come pasta bianca dall’apertura sui pugni

per terra – dove tu non più eri –

per terra le gambe e nero un maglione e i pantaloni grigi – i jeans grigi che da settimane volevo buttare –

ho aperto della vasca il rubinetto per lavarmi la faccia perché

quello del lavandino non fa scattare l’acqua calda perché

ha poca pressione

perché

c’è poca

pressione

e tu eri morta.

 

Nemmeno ho pianto la prima volta che ti ho vista

senza che tu fossi.

 

Io non ho abbastanza pregato per i tuoi occhi, che erano un lago di cigni, e per i miei,

che sono laghi,

che sono fosse

di pena liquida e vasta

come l’oceano su Giove, se Giove lo avesse,

come la pena di dio – se dio la provasse.

Lei_e_Me

i tempi del lutto, appunto 2

24 Nov

  Se non altro non c’è ambiguità. Se non altro ogni sicurezza viene sgretolata irrimediabilmente e senza possibilità di interpretazioni. Se non altro capisci per sempre che non hai mai capito niente, prima, e che non deve esserci lotta per la comprensione e per la sopravvivenza, perché dopo questa perdita non ci sarà sopravvivenza, perché del senso di questa perdita non avrai comprensione. Perché non cercherai la comprensione e non cercherai la sopravvivenza, e ti arrenderai esausto alla mancanza di entrambe, ti arrenderai come lei è stata costretta alla resa la notte del diciassette novembre dell’Anno del Signore duemilaquindici, quando il Tempo è deragliato e il Signore è deragliato e tu dormivi mentre lei moriva. Tu dormivi mentre lei moriva. Tu dormivi mentre lei moriva. Tu dormivi e lei moriva. Tu dormivi. Lei moriva. Tu dormivi mentre lei moriva.

  Se non altro scopri che ogni tuo scritto di prima non ha valore, perché tua madre era viva e ti proteggeva dalle afflizioni del mondo, ti proteggeva dalla visione dell’ampiezza del vuoto, ti proteggeva dal sapere le ampie afflizioni del vuoto e del mondo. Perché la bellezza di tua madre ti accecava e a te rimaneva solo la luce. E non conoscevi gli abissi di cui ti ostinavi a scrivere – ragazzino che piange in pubblico, non li conoscevi, gambe di pastafrolla, non li conoscevi davvero, uomo dalla pressione bassa, non li conoscevi perché tua madre ti proteggeva e tu nemmeno te ne accorgevi, figlio stridulo che inciampa ai funerali.

  Se non altro rimane un disgusto limpido. Se non altro rimane un dolore chiaro come il cristallo – il cristallo di cui erano fatte le sue ossa, alla fine. Se non altro non c’è ambiguità, perché questo dolore è intero, ed è globale, ed è certo, ed è sacro, ed è santo, ed è limpido come il disgusto, è limpido come il disgusto che proverai sempre verso chi non l’ha salvata – nonostante le preghiere, malgrado le preghiere, in derisione delle preghiere –, perché dio si nasconde, perché dio si vergogna, perché dio non ascolta le preghiere.

  Se non altro non c’è ambiguità: il lutto è puro, e tutto avvolge.

i tempi del lutto, appunto 1

18 Nov

Esiste un confine invisibile e per questo invalicabile (con la volontà) che separa quelli che nulla sanno del lutto da questi che il lutto nutrono ogni giorno, dentro, senza tregua e senza speranza, come una terra sterile costretta sotto tortura a dare frutto. I primi vivono in una costante anestesia – questo miracolo di cartone che si chiama presente – e nessuna nozione hanno dell’abisso. Gli altri sono esseri arcaici, immobili e muti come le montagne millenarie, e contemporaneamente appartengono a quel futuro verso il quale ogni cosa precipita. Essi testimoniano l’abisso, essi conoscono il lutto, che è una inesauribile assenza di presente.